Al quinto anno di liceo ebbi come vicina di banco Jessica.
Jessica non era come le altre ragazze, che si laccavano le unghie, si spruzzavano un profumo alla vaniglia e intrecciavano i capelli dietro la nuca, rivelando la forma morbida del loro viso e le loro labbra color pesca, che ti facevano venire voglia di baciarle per scoprire quanto potessero essere morbide.
No.
Jessica non era come le altre ragazze.
Jessica aveva sempre i capelli scompigliati e annodati, che si arricciavano sulle punte e le ricadevano in una matassa scomposta sulle spalle, e quando si sistemava i ciuffi ribelli dietro le orecchie rivelava un profilo affilato, con le clavicole sporgenti e gli zigomi alti, tipici segni di chi non mangia abbastanza.
Aveva le unghie mangiucchiate ed incorniciate di pellicine, e ai polsi tanti, troppi bracciali, che tintinnavano quando scriveva o disegnava sulla carta del suo block-notes, sempre presente sul banco e usava così spesso da avergli smussato gli angoli e sgualcito e stropicciato tutte le pagine.
Non fui felice quando scoprii che dovevo trascorrere un intero semestre di fianco a lei, perché era come stare accanto ad un fantasma; non ti degnava mai di uno sguardo, così come non sorrideva o parlava mai a nessuno. Sedeva sempre sola in autobus, non partecipava a nessun progetto extra-scolastico o gita, ed era sempre l'ultima ad essere scelta a ginnastica, o per i lavori di gruppo.
Non mi piaceva.
Non mi piaceva il muro alto e spesso che aveva eretto intorno a se stessa, non mi piaceva lo sguardo freddo e distaccato con cui studiava ogni cosa, non mi piacevano i suoi lunghi silenzi.
Si era trasferita al nostro liceo l'anno scorso e non ci avevo ancora mai parlato.
E non ci tenevo affatto a farlo, perché sapevo che il genere di ragazze tristi come lei altro non fanno che trascinarti nel loro baratro ed io, con l'esame, la scelta dell'università, e le continue discussioni coi miei genitori non volevo aggiungere ulteriori casini alla mia vita.
Ma una mattina di ottobre, la professoressa di arte decise che era giunta l'ora di tirare fuori le nostre doti artistiche e fare un ritratto al nostro compagno di banco.
Fu quella, la prima volta che la guardai veramente.
Fu quella, la prima volta che scoprii il suo neo a forma di stella vicino alla mascella, e le scaglie verdastre incastonate come polvere di smeraldo nelle sue iridi scure, e la spruzzata di lentiggini che aveva sulle guance che mi ricordavano la costellazione del cigno.
E fu sempre quella, la prima volta che mi accorsi dei lividi sotto ai suoi occhi, come se avesse pianto tanto fino a sanguinare, e delle sue labbra screpolate, e della sua pelle troppo pallida, e delle sue mani che toccavano troppo spesso i braccialetti, come se avesse il terrore di perderli da un momento all'altro.
Fu quella la mattina che guardai veramente Jessica, e mi resi conto che, con le sue felpe extra large, la sua schiena addossata al muro e la sua testa poggiata sopra al banco la maggior parte del tempo, lei stava solo cercando di nascondersi da qualcosa, o da qualcuno.
E improvvisamente mi dispiacque per lei. Mi resi conto che stava male per davvero. Che dietro alla sua immagine di ragazza strafottente del mondo c'era qualcosa di più concreto e profondo.
Mi promisi di cercare di essere più gentile con lei e di provare a parlarle e mi pentii di averla giudicata troppo severamente dalle sue prime apparenze.
Ma i giorni passavano, il cielo si macchiava sempre più di grigio, la nebbia era ogni mattina più fitta, e le foglie secche arricciate su se stesse erano state strappate via tutte, spogliando completamente i rami scuri degli alberi, ed ogni mio tentativo di parlare con Jessica si era rivelato fallimentare.
Tentai anche di scriverle un paio di biglietti, ripiegandoli più volte e appoggiandoglieli sui libri.
Non li leggeva mai.
A novembre presi l'abitudine di fare lo zaino con estrema lentezza dopo il suono dell'ultima campanella, in modo da restare solo noi due, io e Jessica, in classe.
E per quanto mi sforzassi di rivolgerle un saluto, un sorriso, una domanda… era come se non mi sentisse, o meglio, non volesse sentirmi.
E non alzava mai lo sguardo.
Finché arrivò un mattino, un mattino di dicembre, in cui le nuvole si sciolsero in una miriade di gocce gelide, e mi accorsi che Jessica non aveva l'ombrello.
“Finalmente é arrivata la mia occasione!” pensai fra me e me, mentre correvo per raggiungerla.
«Ei Jessica, ciao. Lascia che ti offra il mio ombrello, sta piovendo troppo forte ed é troppo freddo per correre fino alla fermata… ti ammaleresti di sicuro» dissi, con la voce che tremava e le mani che sudavano.
«Tu prendi il bus vicino al supermercato giusto? Anche io lo prendo lì vicino. Ti accompagno volentieri»
Ma lei si scostò bruscamente da me «non sto andando alla fermata».
La sua voce era calda, e volevo disperatamente ascoltarla ancora e ancora.
«E dove vai? Il mio autobus é sempre in ritardo, potrei accompagnar..» si voltò, e finalmente mi guardò, e sentii tutto il peso di quello sguardo su ogni particella del mio corpo, e mi sentii sprofondare negli abissi dei suoi occhi, occhi cerchiati di nero e arrossati.
«Si può sapere cosa vuoi da me? Perché continui a sorridermi ogni mattina nonostante non ti guardi mai? Perché continui a parlarmi anche quando non ti rispondo? Perché?!» mi sputò addosso quelle parole cariche di rabbia, di dolore e di un qualcosa che non seppi definire.
Orami non era rimasto più nessuno nel piazzale della scuola e anche gli ultimi autobus erano partiti.
Eravamo solo io, lei e la pioggia.
«Io non voglio la tua compassione. Non voglio che mi guardi come se ogni parte rotta di me potesse aggiustarsi.» aveva il respiro affannato; ogni frase che pronunciava le chiedeva uno sforzo immane.
«Voglio solo che fai come tutti gli altri, che mi guardi da lontano e mi chiami depressa e mi lasci stare e non tenti in continuazione di invadere il mio mondo, e..»
«NON É VERO» la interruppi.
«Tu non vuoi questo. Non ci credo. Nessuno vuole questo.» e senza pensarci iniziai a coprire con passo veloce la distanza che lei aveva creato fra noi.
«Nessuno vuole restare solo. Nessuno vuole essere stereotipato e giudicato. Ed io voglio conoscerti. Voglio davvero conoscerti.» non le dissi “Vorrei passare ore a parlare con te, bevendo un cappuccino in un bar all'angolo, avendo come sottofondo una canzone che da quel momento, ogni volta che l'avrebbero passata per radio, ascoltandola avrei pensato a te e sarebbe diventata la nostra canzone”.
Le afferrai le mani con le mie «Ti prego, non scappare anche da me.» non le dissi “Permettimi di asciugarti le guance e baciarti ogni cicatrice che nascondi sotto a quei bracciali e far diventare le mie braccia il posto in cui nasconderti per sentirti protetta, non le tue felpe”.
Iniziò a scuotere forte la testa, a dire di no, finché le ginocchia non iniziarono a tremare così forte da non reggerla più e farla accasciare a terra, sulla ghiaia bagnata, dura e fredda.
«Io… io non ero così. È.. é per una persona.»
Mi accovacciai accanto a lei e aprii l'ombrello su di noi.
«Nell'estate della terza liceo, la mia migliore amica festeggiò il terzo anno di fidanzamento con quello che lei definiva “il suo principe azzurro”. Ma una settimana dopo, lui le confessò che l'aveva tradita con una nostra compagna di classe» il singhiozzò scosse forte il suo esile corpo.
«glielo disse in faccia, chiedendole scusa fra le lacrime. Ma lei, lei non reagì. Si limitò ad andare a casa e a chiudersi in camera. Non rispose ai miei messaggi. Non mi richiamò. E non aprì nemmeno la porta quando guidai con lo scooter fino a casa sua.
Niente» la sua voce si spezzava di continuo ma i suoi occhi rossi non versavano alcuna lacrima.
Mi domandai quanto una persona possa aver pianto, per riuscire a finirle tutte.
«La mattina seguente suo padre sforzò la serratura… e la trovò, anzi, la trovammo, perché ero rimasta a casa loro tutta la notte, morta, con accanto un flacone di pasticche completamente vuoto. Aveva le unghie e le labbra blu. Una schiuma strana le orlava la bocca. Ed i suoi occhi… i suoi occhi… i suoi bellissimi occhi che disegnavano una ragnatela di rughette quando rideva e brillavano quando parlava dei libri che leggeva… erano vuoti, spenti, sbiaditi… e lucidi… come se avesse pianto per lui anche dopo essere morta»
La strinsi forte a me. Mi accorsi che la sua pelle era fredda a contatto con le mie dita, che le sue ossa erano più sporgenti di quello che immaginavo, e che il suo cuore batteva così forte da scuotere anche me.
Allora, feci quello che non avevo mai pensato di fare prima di diventare il vicino di banco di Jessica.
Forse, perché prima di lei non mi ero mai innamorato.
La guardai negli occhi e le dissi «Non devi affrontare tutto questo da sola. Non devi allontanare tutti e chiuderti in te stessa perché non vuoi più affezionarti a nessuno e desideri solo distruggerti». Finalmente ero riuscito a dirle ciò che pensavo davvero.
«Non sono stata abbastanza per la mia migliore amica.
Come posso pretendere di essere abbastanza per chiunque altro?»
Le sfilai dolcemente i bracciali. I suoi tagli erano così rossi, così profondi, così tanti.
«é passato più di un anno dalla sua morte. Continuo a salvare il suo numero di cellulare ovunque; sui quaderni, sul computer, nel mio diario. Scrivo pagine e pagine col suo nome. Ho il terrore di dimenticarla, di dimenticare la sua voce. Aggiungo il suo contatto alla rubrica ogni volta che compro un cellulare nuovo, e ogni sera le telefono e fingo che non mi risponda perché ha dimenticato il suo smartphone nella borsa, o perché l'ha scaricato completamente durante la giornata, oppure l'ha messo in silenzioso perché sta finendo di leggere l'ultimo romanzo che abbiamo comparato insieme.
Non mi risponde mai. Non mi richiama mai»
Iniziai a baciarle ogni ferita. Una ad una, le ricoprii con morbidi baci.
Poi le sistemai i capelli dietro le orecchie come avevo sempre sognato di fare.
Aveva smesso di piovere, perciò chiusi l'ombrello e l'aiutai ad alzarsi stringendole le mani con le mie.
«Non posso prometterti che ti salverò dai tuoi incubi, che ti difenderò dai tuoi pensieri e riuscirò a rimarginare ogni tua ferita. E non posso prometterti che riuscirò a colmare il vuoto che ti ha lasciato nel petto, perché so che nessuno potrà mai prendere il suo posto. » le mani continuavano a tremarmi forte, ma un'energia nuova si era accesa nel mio petto.
«Ma ti prometto che ogni mattina sarò qui ad aspettarti, con le braccia fredde a causa di uno spazio che solo tu puoi riempire e scaldare. E potrai telefonarmi ogni notte e ti ascolterò finché non ti addormenterai e anche allora continuerò ad ascoltarti, ad ascoltare il tuo respiro e a sperare di farti sentire sentirti un po’ meno sola. E ti accarezzerò la pelle, e bacerò ogni tua ferita fino a quando non saranno cicatrizzate tutte, e anche allora continuerò, se lo vorrai.
E camminerò accanto a te, e ti stringerò spesso le mani, e potrai parlarmi di lei ogni volta che lo vorrai, che siano le tre del pomeriggio o le tre della mattina. »
Disegnai col pollice cerchietti sul dorso delle sue mani «Questo si. Questo posso promettertelo.»
«Come fai a promettermi tutto questo?» ,mi domandò, ma ora la sua voce non era più incrinata.
Mi avvicinai finché non sentii il suo fiato caldo sul mio collo «perché ho imparato che le ferite fatteci dalle persone, possono guarire solo con l'amore di altre persone. »
-Alessia Alpi, scritta da me.
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